In una splendida serata di inizio primavera, si è tenuta venerdì 13 marzo nella Sala Genovesi della Camera di Commercio di Salerno, il convegno promosso dall’associazione culturale “Amicizia e Libertà” su un tema di grande interesse e attualità: il valore della vita, intesa come bene sociale da riscoprire, difendere e promuovere.
Ad introdurre il tema e a moderare i diversi interventi è stato Giuseppe Blasi, coordinatore della Scuola di Giornalismo dell’Università di Salerno, già caporedattore dei servizi giornalistici della Rai di Napoli. Il giornalista ha introdotto il convegno esponendo un commento sul giornalismo attuale. In breve il suo pensiero è questo: “Noi giornalisti da un po’ di anni abbiamo smarrito la strada: siamo in rete, ma siamo la società del copia-incolla. Corriamo il rischio, cioè, di avere velocemente notizie senza verificare la veridicità delle stesse. Anche a proposito di questi temi così attuali, come l’inizio e la fine della vita umana, il mondo della politica e quello dei media devono trovare soluzioni che promuovano la vita e non affermino la cultura della morte”.
Il presidente dell’associazione “Amicizia e Libertà” Nicola Scafuro è stato il primo relatore. Lui si è chiesto come mai negli anni duemila la vita è così sotto attacco, dato che per secoli era a tutti chiaro che essa fosse un bene sociale indisponibile. La risposta è che ormai l’uomo è considerato come una macchina del fare, una macchina di produzione. Tutto quello che succede intorno a noi ce lo dimostra: la fecondazione artificiale usa l’embrione umano per ottenere un profitto, la persona che non è più in grado di lavorare ed è gravemente ammalata deve essere soppressa con la scusa che la sua vita non è degna di essere vissuta. Anche nella selezione delle carriere professionali si avverte una certa crisi di impostazione: ormai i concorsi si superano con i quiz, non ci sono più delle serie valutazioni delle persone tramite esami.
Un altro corollario è la rottura dei legami familiari. L’Onu proclamò il 1993 anno della famiglia (15 maggio), aprendo però il concetto di “famiglia” a tutte le forme di coppia. I mass-media fanno
in questo contesto la loro parte: infatti accreditano tutte le scoperte come un segno di progresso, senza fare delle attente valutazioni morali di merito. La vicenda di Eluana Englaro è stata trattata allo stesso modo, eppure… anche se i radicali si erano affiancati a Beppino Englaro per aprire una breccia di Porta Pia all’eutanasia con la morte di Eluana, forse a qualcuno è sfuggito che Pannella e la Bonino avevano chiesto, la mattina della morte di Eluana, di far riprendere l’alimentazione e l’idratazione, perché avevano capito che il sacrificio della ragazza sarebbe stato inutile per raggiungere il loro scopo.

E’ quindi seguito l’intervento di Mons. Franco Fedullo, membro del Centro per la Vita “Il Pellicano” di Salerno: a lui è stato chiesto di parlare del lavoro svolto dai volontari del centro che operano a difesa della vita nascente. Egli ha così raccontato numerose testimonianze di solidarietà e vicinanza alle madri e alle famiglie: ne riporto solo alcune. Una coppia di volontari era
a far visita ad una famiglia in cui il padre, camionista, aveva avuto un incidente e per un certo periodo era impossibilitato a lavorare. La madre, incinta, stava per recarsi in ospedale per abortire. I volontari cercano di convincere la donna a non farlo, proponendole anche sostegni economici, ed in quel momento tornano da scuola i due figlioletti. I volontari, alla presenza dei bambini, si interrompono, ma la signora li prega di continuare, perché voleva che i figli fossero al corrente di quello che stava per accadere. Perplessi, i volontari continuano. Inaspettata arriva la reazione dei due ragazzini. Il primogenito, alla vista delle foto di un feto nel grembo materno mostrate dai volontari, esclama di averle già viste a scuola e di sapere perfettamente che quello che si vede con l’ecografia è un bambino ancora nella pancia della mamma. Il più piccolo ha invece un’altra reazione: avendo capito ciò che la mamma stava per fare, le dice: ”mamma, io mi vendo la bicicletta, così possiamo comprare la culla al fratellino che deve nascere!”. Inutile dire che la signora, dopo le affermazioni dei figli, non è andata più ad abortire!

Una famiglia era in attesa del terzo figlio, ma avevano pensato di abortire perché la loro casa era piccolissima, c’erano difficoltà economiche e l’alloggio che il comune aveva loro promesso tardava ad arrivare. I volontari raggiungono la famiglia e fanno loro una proposta che la famiglia accetta ed il bambino si salva. La proposta era questa: un piccolo gruppo di volontari, autotassandosi, avrebbe fittato un appartamento più grande in attesa dell’alloggio comunale. Il bimbo è nato, ha tre mesi, e i genitori sono felici nella nuova casa con gli altri figlioletti.
Ancora: una donna attendeva un figlio e l’anno precedente aveva fatto delle analisi in ospedale che non era andata mai a ritirare, e non aveva dato in accettazione nessun recapito per essere contattata. Dopo aver scoperto di aspettare un bambino, va nello stesso ospedale per fare delle analisi e pensa di ritirare anche quelle dell’anno precedente. Lo spavento è grande: la donna aveva un tumore e quindi per un anno non lo aveva curato! In ospedale le consigliano di abortire, ma i volontari la raggiungono e le propongono di ritardare questa scelta per sottoporsi ad ulteriori visite specialistiche al Policlinico Gemelli di Roma. La donna accetta: viene subito raggiunto telefonicamente il dott. Serra, genetista di fama mondiale. Il dottore assunse i dati della donna e pretese qualche ora di tempo: ritelefonò ai volontari informandoli di avere formato un’equipe per seguire il caso ed invitò la signora a raggiungerlo a Roma. La signora rimase a lungo ricoverata e l’equipe del dott. Serra riuscì a salvare mamma e bambino.
Ma le conclusioni di Mons. Fedullo sono amare: come mai – si chiede – i volontari di un solo centro per la vita (in Italia sul territorio sono attivi oltre 300 centri) sono riusciti, in 25 anni di attività, a salvare 910 bambini, anche senza i potenti mezzi delle istituzioni e gli operatori sociali delle Asl no? La difesa della vita non è un’opinione, è assolutamente centrale, non è un problema religioso ma laico, investe tutti. La consapevolezza di questo deve portare a cambiare non solo la legge sull’aborto, ma soprattutto formare e incentivare gli operatori dei servizi sociali, sanitari e consultoriali, per sviluppare una società più civile, ove davvero si faccia ad un bambino in grembo ciò che si fa ad un bambino in culla.

Infine molto apprezzata è stata la relazione del Sen. Raffaele Calabrò (Pdl), che ha firmato il ddl sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, al centro dell’odierno dibattito parlamentare. Egli ha chiarito subito che non si tratta di una legge sul testamento biologico, in quanto non è irreversibile ed immodificabile come può esserlo un testamento; d’altronde la vita non è un bene di cui si può disporre come d’un immobile. Infatti questo disegno di legge intende dire un netto “no” all’eutanasia, all’accanimento terapeutico, ma anche al suicidio assistito. Il senatore ha affermato che
fino alla scorsa estate non era tra quelli favorevoli ad una legge sul fine vita: del resto, sono 11 anni che la discussione su una legge specifica è aperta. Cosa ha fatto cambiare allora idea a lui e al mondo politico? La consapevolezza che (chiaro riferimento alla vicenda di Eluana Englaro) ciò che fa parte della sfera privata di una persona fosse diventato pubblico, cioè che c’era una persona che non stava decidendo liberamente se vivere o morire, ma lo stava facendo qualcun’altro per lei. C’è il rischio di arrivare in Italia all’eutanasia di fatto.
La difficoltà che presenta una normativa di questo tipo è l’esigenza di contemperare la libertà individuale con la dignità dell’uomo: in una legge di questo genere c’è molto in gioco. Il senatore ha raccontato di aver analizzato ben 12 progetti di legge: in due di questi si lasciava intendere che il cittadino libero potesse avere autorità di scelta su un minore o su una persona cerebrolesa. Ovviamente tutto ciò non è accettabile: l’art. 2 della Costituzione tutela invece la vita come diritto inviolabile dell’uomo. Lo Stato limita questa libertà assoluta dell’uomo (per questo è nato il Codice Penale), per evitare che l’individuo più forte possa far del male al più debole. Nella nuova disposizione legislativa c’è una filosofia di vita, c’è il futuro di come sarà il mondo in cui vivremo. Il grado di civiltà della società si misura infatti dal grado di difesa del più debole.

C’è il sottile tentativo da parte dell’opposizione di fare acquisire questa conclusione: solo se sono produttivo, solo se posso vivere i miei affetti in pienezza ho dignità di uomo, quindi la persona disabile grave ha perso ogni dignità umana. Il senatore ha dichiarato di essere rimasto molto perplesso di fronte alle affermazioni del padre di Eluana Englaro, che in un’intervista ha dichiarato di non sopportare che il corpo della figlia venisse “manipolato” dalle suore. Il senatore Calabrò afferma di non ritenere affatto che l’accudire una persona malata impossibilitata a muoversi sia “manipolazione”, bensì delicata cura nei confronti di un disabile. L’art. 32 della Costituzione parla dell’autodeterminazione alla propria cura. “Certamente – continua Calabrò – posso decidere liberamente ed in via preventiva a quali terapie eventualmente venire sottoposto in caso di perdita della coscienza, ma non si può assolutamente chiedere allo Stato di garantire la sospensione di alimentazione ed idratazione in quanto, in nessun caso, possono essere considerate terapie, perché costituiscono il sostegno vitale del malato”. Inoltre il senatore ha sottolineato con forza che la dichiarazione anticipata di trattamento non deve essere intesa come vincolante ed ha fatto un esempio: una persona dichiara di non voler essere sottoposta alla chemioterapia, perché troppo invasiva. Anni dopo malauguratamente si ammala di cancro e perde coscienza. Nel frattempo le cure chemioterapiche, con i continui progressi della scienza, sono migliorate e non sono più invasive: in questo caso il medico chiamerà la persona a cui il malato ha confidato le sue volontà ( una sorta di garante), e con lui valuterà le vere intenzioni del paziente.
Infine la cronaca di un fatto realmente accaduto: un chirurgo italiano si trova negli Stati Uniti per operare una persona che dopo l’intervento necessita di tre/quattro giorni di dialisi. Poiché negli States c’è già la legge sul testamento biologico, questa persona operata aveva detto che non voleva la dialisi (ma perché non sopportava di esservi sottoposta per tutta la vita). La situazione, però, era diversa da quella immaginata dalla persona: la dialisi era solo una fugace conseguenza dell’intervento, sarebbe durata pochi giorni e non sarebbe stata in seguito più necessaria. Cosa ha fatto il medico? Ha ritenuto di non fare la dialisi per rispettare la volontà del paziente. Risultato? Il paziente è morto….Voi, al suo posto, cosa avreste fatto?